Il film, presentato al 62° Festival di Venezia, segna il ritorno di un grandioso Ron Howard che ci presenta un’epopea moderna di un eroe dalla grande forza d’animo, incarnazione del mito americano, novella versione di quel ‘self-made man’ già tante volte, e in altri modi, debitamente encomiato. Molti i debiti verso Rocky e naturalmente verso film più recenti, vedi Million Dollar Baby, che utilizzano la boxe come facile metafora di un impeto a lottare di cui evidentemente oggi si sente sempre più il bisogno.
L’irlandese James J. Braddock è il pugile migliore della sua categoria, i medio massimi, quando nel 1929, con la caduta di Wall Street, scoppia la Grande Depressione. La sua famiglia, come tante, perde tutto quel che aveva o quasi, e per di più “il Bulldog di Bergen”, così chiamato per la sua notevole aggressività, si infortuna ed incomincia la sua discesa rovinosa.
Per mantenere moglie e tre figli si adegua a lavorare come scaricatore di porto, finché il destino non gli apre di nuovo le porte: il suo amico-manager gli procura un incontro contro l’imbattuto campione, noto per la sua ferocia sul ring. ‘Cinderella man’, questo il nome che gli danno le folle che lo elevano a loro idolo, sembra destinato ad avere solo il ruolo di perdente, e l’unica cosa che gli dà forza è l’amore per la sua famiglia…
Utilizzato dal mondo senza scrupoli della boxe (che per gli intrighi che ci vengono mostrati ci ricorda quello odierno del calcio) come ‘carne da macello’, ad uso e consumo dello spettacolo e dei conseguenti ricavi, l’uomo, al contrario di ogni previsione, riesce a trovare delle motivazioni più forti di ogni avversità e ad infiammare le platee, simbolo evidente di come sia possibile credere fortemente in se stessi.
Diviene così incarnazione dell’ eroe, esempio di
riscatto, combattente senza tempo, in una storia in cui tutto è chiaro e
limpido.
Un film ‘classico’, in cui buoni sono buoni ed i cattivi cattivi, a partire da
Max Baer, personaggio a tutto tondo che ricorda un pugile moderno noto alle
cronache per la sua ‘bestialità’; eppure pare che nella realtà Baer fosse
attanagliato dai sensi di colpa per il sangue versato sul ring - perché, sì, il
tutto è una storia vera, seppur scritta da un grande sceneggiatore -.
Non
ci si aspetti dunque un ritratto realistico dell’epoca, ma una trasposizione
come solo Hollywood sa fare, che ricorda un po’ Frank Capra
anche per le atmosfere ricreate dalla splendida fotografia dai toni del marrone
e del grigio, e dalle accurate ma sobrie scenografie.
Del dramma della Grande Depressione non ci viene mostrato che qualche episodio debitamente edulcorato ma significativo, finalizzato più che altro a sottolineare retoricamente la morale esplicitata nella didascalia finale, per chi non l’avesse ancora colta (per non parlare del titolo italiano).
Ma nonostante la consapevolezza dell’inevitabile moralismo, peraltro consueto in Ron Howard, non possiamo non immedesimarci e non fare il tifo per il protagonista, la cui forza sta nella sua fragile umanità.
Non si può fare a meno di soffrire con lui nelle immagini finali, interminabili sul ring (come non lo si poteva non fare per il suo predecessore Rocky…), che sono il momento culminante di una premessa un po’ lenta, e parte di un racconto perfettamente costruito e bilanciato nella sua compattezza ed onestà.
La credibilità è senza riserve anche per lo spettatore più prevenuto, in gran parte grazie ad uno splendido Russel Crowe, in un ruolo che sembra (o è?) scritto apposta per lui, perfetto nel fisico e nello spirito, sempre in perfetto equilibrio tra l’aggressività del combattente e la volontà disperata del riscatto; gli altri interpeti perdono fulgore al suo confronto, da Renée Zellweger, meno credibile forse perché ci ha abituati a vederla in panni più effervescenti di quelli scipiti della trepidante mogliettina, a Paul Giamatti che comunque conferma le sue doti di eccellente caratterista.
Nel complesso un messaggio chiaro, indubbiamente politico, per un Paese oggi attanagliato da mille paure, che conferma come la madre America sia stata e sia ancora disponibile ad accogliere volentieri i nuovi venuti nel suo grembo – non dimentichiamo che James J. Braddock è irlandese – e non si lasci sbaragliare dalle avversità, oggi come allora, salda ancor più nei momenti difficili, confidando nei suoi valori di famiglia e di onestà e nella sua capacità di rialzarsi dall’angolo prima del gong.
Autore: Cineboom .it
Data di pubblicazione: 29/11/2005
Categoria: Cinema e TV - Tutti gli articoli della categoria