Per una volta, il titolo italiano di un film sembra quasi più appropriato di quello originale: Capote non è infatti un biopic, ma il racconto - romanzato dallo scrittore Gerald Clarke - della genesi di un libro: appunto, In cold blood di Truman Capote. In realtà, non è propriamente così, perché gli anni raccontati rappresentano per Miller e soci una sorta di "fulcro vitale". Come se Capote non avesse avuto un senso di esistere - con i suoi cocktail newyorkesi e il chiacchiericcio acido ed arguto - prima di In cold blood, e come se fosse morto con esso.
Al di là delle conseguenze che ciò porta sulla carta (il classico binomio vita-letteratura) e sulla pellicola (la diabolica confusione tra personaggio e uomo: sia per noi che dimentichiamo che Hoffman stia recitando e che lo faccia con una vocetta, sia per Capote che "tradisce" l'umanità di Perry Smith), Miller cerca di aggirare il principale problema di base di un progetto simile, ovvero: cosa c'è di meno esaltante, cinematograficamente, della genesi di un libro, anche se quest'ultimo è uno dei più noti della letteratura statunitense della seconda metà del secolo scorso?
La cosa più sorpendente è che, nonostante Miller sia al primo film di "fiction" e lo sceneggiatore sia un attorucolo televisivo dietro la macchina da scrivere, entrambi funzionano alla perfezione. E non nelle suggestioni che con una trama simile sarebbero state più scontate e facili, come le tattiche emotivo-sonore, oppure la spinta sull'interpretazione. Al contrario, l'occhio - che si identifica con il personaggio, splendidamente sfaccettato, e doloroso anche in senso autoriflessivo - si posa sui dettagli, sugli sguardi, sui silenzi, sulla memoria, sull'immobilità dell'uomo e del paesaggio. Sui segni fatti con la penna sullo stipite per segnare la crescita dei propri figli.
Capote non sarà forse un classico, perché pesano su di esso molte scelte che si ascrivono a moduli risaputi e abusati oppure che sono semplificate o didascaliche (Capote intervistato che dice "ho creato la non-fiction novel", Capote che alle feste è sempre primadonna), e forse perché c'è la paura di mettere quell'occhio dettagliato a servizio di un film più autonomo, più crudele e "gastrico" con il proprio protagonista, insomma più indipendente, più "umano" e meno "letterario". Ma ha il dono di emozionare con durezza e insieme con delicatezza, regalando perle come il flashback dell'omicidio (classicamente, e letterariamente, prima raccontato e poi rappresentato) negatoci fino quasi alla fine, e parlando di quello che è forse un amore impossibile, o che più probabilmente è un lungo, lunghissimo inganno pagato con il dolore sulla propria pelle.
Infine, ultimo fattore ma tra i più rilevanti, Miller riesce con una "umanità a sangue freddo" che forse gli viene dal suo passato nel documentario, a trattenere e compensare l'immensa gigioneria di Hoffman, affiancandogli tre attori (Keener, Collins e Cooper) tutti strepitosi e tutti in sottotono, e permettendogli così di creare una delle interpretazioni più assurde degli ultimi anni. Assurda perché convincente, assurda perché sottotono anch'essa nonostante la vocetta e le mossette, assurda perché geniale.
Autore: Giovane Cinefilo
Data di pubblicazione: 08/03/2006
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