James era diventato famoso per il suo Yoko Geri, chi lo aveva visto
all’opera lo descriveva come un calcio fulminante e potentissimo, un vero e
proprio colpo definitivo capace di cambiare la sorte del combattimento (kumite).
Sapevo che prima o poi avrei visto arrivare il piede di James e sapevo che quel
piede mi avrebbe messo in seria difficoltà. Ci avevo pensato dall’inizio
dell’incontro ma quando lo Yoko Geri arrivò non riuscìi a fare molto per
impedire che mi si conficcasse sul fianco destro. Immediatamente dopo James
chiuse la distanza e mi proiettò a terra con un perfetto kosoto gake
rivisitato alla statunitense (ovvero terribilmente doloroso).
Per mia fortuna James si portava sempre dietro un unguento, un intruglio, che aveva effetti “miracolosi” per curare le conseguenze del suo calcio. Negli spogliatoi James ficcò un dito nel vasetto dell’unguento, tirò fuori un bel po’ di quella poltiglia puzzolente e la spalmò sul mio fianco malconcio. Grazie a quella medicina fatta in casa riuscii ad andare alla cena di benvenuto organizzata dal mio Maestro per accogliere gli amici americani.
Gli americani rimasero al dojio per una settimana, James mi insegnò con pazienza infinita i segreti del suo Yoko Geri, capii che quel calcio era il frutto di una ricerca che sfiorava la scientificità, una ricerca che prendeva in considerazione la tradizione marziale, gli studi sulla muscolatura, sulla respirazione, ecc. Un vero capolavoro.
James era un economista, per conoscere altri modi di vedere il mondo aveva
lavorato in Giappone, in India, in Tibet. A trentaquattro anni aveva deciso di
tornare a New York e mettere la testa a posto. Lavorava per una società di
consulenza e tutte le mattine alle 8:20 era in ufficio: entrando a lavoro presto
poteva uscire prima e andarsi ad allenare al dojio.
Lavorava in una delle due Torri Gemelle.
Molto tempo fa, in uno sperduto monastero arroccato sulle montagne del Giappone. Un giovane monaco Zen chiese ad un Maestro nell’arte del bushido (via del guerriero) fermatosi al monastero per meditare e scrivere un codice d’onore dei guerrieri di spiegargli la ragione per cui un samurai come lui, abituato a combattere e uccidere, aveva deciso di fermarsi in un luogo di preghiera, pace e meditazione. La leggenda narra che il Maestro si alzò dalla posizione della meditazione, si guardò intorno, ed indicò due gatti che si stavano azzuffando per la conquista del territorio. “Quelli potrebbero essere due samurai” - disse il Maestro - “come i samurai sono abituati a combattere, la loro vita è uno scontro continuo, come i samurai anche quei gatti hanno scelto di vedere il loro avversario negli occhi, hanno deciso di affrontarlo faccia a faccia. Io sono qui per scrivere un codice che regoli il combattimento tra samurai, che obblighi i guerrieri a guardarsi negli occhi, che punisca con l’onta del disonore chi colpisce alle spalle. Queste sono le arti marziali, sono la via che ci insegna a combattere, ad affrontare l’avversario che ci sta di fronte e che sta dentro di noi.”
Quando praticavo ancora il Karate, e quest’arte occupava un posto importante
nella mia esistenza, mi feci trascinare nella disputa che da sempre divide in
due il mondo delle arti marziali.
Da una parte c’è chi ritiene che le arti marziali trovino la loro ragion
d’essere nell’espressione sportiva e accettano senza problemi di trasformarle in
“sport da combattimento” da praticare in luoghi chiamati palestre.
Dall’altra parte uno sparuto gruppo di sognatori inorridisce ogni volta che
sente parlare di “sport da combattimento” e si incavola come una bestia quando
sente parlare di palestra e non di dojio.
Quella tra queste due correnti di pensiero è una querelle che dura da almeno
quarant’anni, da quando cioè gli occidentali, i giapponesi, i tailandesi ed i
coreani hanno capito che potevano far soldi con il Karate, il Judo, il Ju Jitsu,
il Kendo, l’Aikido, la Muai Thai ecc.
Oggi che le arti marziali significano ben poco per me e vedo dall’esterno quella disputa, mi sembra che il codice del samurai non sia servito a niente. In fondo i primi a violarlo e a buttarlo al macero furono proprio i giapponesi che lo avevano inventato. Questa è un’epoca in cui è normale colpire alle spalle, è normale perché è facile e si può scappare senza che il tuo avversario possa guardarti negli occhi prima di morire.
Credo che le arti marziali siano quasi estinte, questo è il tempo per gli sport da combattimento, le tutine colorate, i muscoli scolpiti e pompati, i tatuaggi aggressivi, i pugni e i calcioni, le facce da cattivi e da cattive, i soldi che girano vorticosamente, i ring, le palestre e i furbacchioni.
Sinestesie
Filmato 3d: Martial
Art Spirit - un breve koan in 3d [mpeg, 2,8 mega ca, 15 secondi]
Autore: Webgol .it
Data di pubblicazione: 25/06/2005
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