Quando lo sport - inteso come spettacolo - era bambino, le trasmissioni
sportive erano un focolare in bianco e nero.
Gli avvenimenti più importanti, le gare più appassionanti - si pensi al Giro
d’Italia - convogliavano tifosi davanti al piccolo schermo non solo nelle case,
dove gli apparecchi televisivi erano poco diffusi, ma nei bar e nei locali
pubblici, che diventavano centri di aggregazione.
Lo sport si prestava alla televisione che ne amplificava le gesta, ne mitizzava
gli atleti, ne epicizzava gli eventi.
Non è un caso che le Olimpiadi potessero essere uno degli appuntamenti più
coinvolgenti, un evento altamente simbolico, che nel 1972 avrebbe segnato un
punto di svolta nelle trasmissioni sportive televisive.
Le XX Olimpiadi di Monaco di Baviera, trasmesse per la prima volta a colori dal
ventisei agosto all’undici di settembre, sono state le prime olimpiadi veramente
televisive. 7121 atleti di 121 nazioni differenti, che si sarebbero confrontati
in 21 discipline. Cinque milioni di spettatori nelle due settimane di gare,
oltre un miliardo davanti al video.
Forse tu c’eri già nel 1972, o forse no.
Oppure eri ancora troppo piccolo per farci caso, o di quei giorni ti sono
rimasti in mente i colori vivaci e il clima festoso, i podi gli inni e le
bandiere, ma solo come uno strascico, a corollario di altri ricordi estivi.
Perché ognuno di noi ha le sue prime Olimpiadi, quelle che irrompono nella vita
scatenando passioni e emozioni incontrollabili, e le mie sono state quelle del
1972.
Il cuore delle mie Olimpiadi faceva perno sull’azzurro magico delle vasche: il
blu profondo della vasca dei tuffi, l’azzurro turchese di quella del nuoto.
L’attenzione tesa a cogliere ogni attimo di gare spettacolari, e nomi che non
avrei più dimenticato: Cagnotto e Di Biasi a eccellere nei tuffi,
la meravigliosa Novella Calligaris che nei sogni avrei tanto volto
emulare non sapendo ancora che presto avrei dovuto lasciare il nuoto, e Mark
Spitz che scatenò un amour fou, molto più per l’indubbia prestanza fisica
che per le sette medaglie d’oro.
E poi le altre discipline tutte da scoprire: lo stupore ammirato del talento,
del rigore, della precisione, della perseveranza, della forza di volontà, della
lealtà a incantare non solo la bambina novenne che ero, ma milioni di spettatori
sparsi in tutto il mondo.
Un’emozione indicibile sentirsi vicini.
All’interno di questo evento festoso e affratellante, mentre lo sport stava
offrendo al mondo lo spettacolo più bello che fino al quel giorno si potesse
immaginare, il 5-6 settembre un commando palestinese assalta il villaggio
olimpico con l'obiettivo di prendere in ostaggio gli atleti israeliani da
scambiare con terroristi in arresto. In seguito alla reazione della polizia
moriranno 11 israeliani, 2 agenti tedeschi e 4 dei fedayn palestinesi.
Il mondo, attonito, assiste incredulo. La bambina novenne, pure. Non afferra i
dettagli della tragedia, ma la gravità del fatto sì: anche ai suoi occhi
qualcosa è mutato irrimediabilmente.
Da tutti gli schermi il sangue rosseggia cupo.
I Giochi si fermarono per un giorno solo, quello dei funerali, ai quali
parteciparono 80.000 persone. Si decise - nonostante accese controversie - di
non interrompere i Giochi quando mancavano cinque giorni alla conclusione,
benché l'Olimpiade avesse appena vissuto la sua pagina più triste in quasi 80
anni di storia: perché lo sport è una lezione di vita - sostennero i fautori
della continuazione secondo calendario - e doveva continuare.
O, forse, già si stava snaturando: poiché il business veniva innanzitutto, era
la motivazione meno nobile che si insinuava sotterranea e terribilmente
plausibile.
I festeggiamenti a conclusione dei Giochi Olimpici sono stati un tripudio di
colori e bandiere, senza riuscire a cancellare il lutto dagli occhi del mondo, e
la triste realtà che si insinuava dalla ferita: erano finite la fiaba e la
leggenda, la mitologia che accompagnava la competizione sportiva.
Da quel giorno non c’era più solo il buono.
Il male fino a quel momento era circoscritto, stigmatizzato.
Ma la soglia del lecito ora era slittata in un territorio nuovo, i confini
rimossi, l’etica da ridefinire.
Dietro le parole chiave delle discipline iniziano a delinearsi ombre:
l’innocenza è perduta, la realtà in cui lo sport si muove, molto più ampia.
Cambiano orizzonti, prospettive, punti di vista.
Lo spettatore, l’appassionato, l’atleta, il tifoso deve fare i conti con una
realtà non solo ferita da violenza e terrorismo che lascerà cicatrici profonde
nel tempo e dalla quali mai più si potrà prescindere, ma nella quale l’essenza
stessa della competizione sportiva - infranta l’aura che ne suggellava
l’autonomia e l’appartenenza a un mondo etico - verrà svelata in tutta la sua
umana fragilità.
Ora che nulla è solo buono anche ben altro troverà legittimazione e sarà
possibile.
Partecipare, resterà prerogativa di ingenui e sognatori.
Gli altri saranno pronti a tutto per vincere.
Autore: Webgol .it
Data di pubblicazione: 20/08/2005
Categoria: Sport - Tutti gli articoli della categoria