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L'Uzbekistan gode di molta luce solare, quella che illumina città mercato
fastose e bellissime, come Bukhara, Khiva e Samarcanda. Samarcanda è sulla
nostra strada, città antica quasi come Roma. Fiorita tra il XIV ed il XV secolo
grazie al grande Tamerlano, condottiero e uomo di stato, fu da lui proclamata
capitale del suo enorme impero. Meravigliosa ed affascinante con monumenti
architettonici e armonie impressionanti di perfezione tra mausolei, madrassah,
moschee e piazze.
Non ci lascia i dubbi di prenotare un biglietto della Uzbekistan Airways da Francoforte, Parigi o Londra verso Tashkent per poter ammirare, dopo circa sei-sette ore di volo, le cupole azzurre del Mausoleo Gur Emir dove riposano Temur e suo nipote, il re astronomo Ulughbek che scopri più di mille stelle. E' notte e una luna piena ci accompagna su un taxi uzbeco che va come un pazzo. Ma la steppa, le poche luci, la grande notte fuori dal finestrino riportano in mente il pastore errante per l'Asia di Leopardi. Non si riesce a trattenere l'emozione. Annotiamo nel moleskin con felicità il pomeriggio al mercato, sormontato da una cupola timuride tutta azzurra e verde e ci rendiamo conto ad un tratto della connessione tra le angurie magnifiche ai nostri piedi e la cupola. I bazar dell'Asia centrale rivelano quanto di ciò che noi siamo viene da qui: pesche, uva, albicocche, ed un bendidio di legumi, erbe, spezie. Le pesche della mia infanzia sarda si chiamavano perssighi e adesso capisco perchè.
Perssighi
come la Persia che di qui è passata e ha lasciato la nostalgia del paradiso,
contagiandone i più feroci condottieri islamici. Par-dis significa "farsi",
parola che Tamerlano ha importato dall'abitudine all"hortus conclusus", al
giardino delle delizie che si scopre nel cuore del cortile di casa. I Greci la
chiamavano Maracanda, questa città-giardino con le sue cupole a cipolla turchese
e verdi, gli svettanti minareti e le sue belle maioliche colorate che
scintillano al sole creando sensazioni magiche d'altri tempi e che stupiscono le
attese più esigenti. La nostra guida ci porta a visitare le tre madrassah
(scuole coraniche) che si affacciano sul grandioso Registan: Ulughbek
(1417-1420), Sherdor (1619-1636) e Tillya Korì (1647-60), tutte decorate con
maioliche invetriate.
A Samarcanda si ha la sensazione di essere al centro del mondo e la visione è sconcertante, illusoria, teatralmente scenografica. Dalla città di Tamerlano, percorriamo circa 300 Km (5 ore) sulla mitica Via dei Re. Nei piccoli centri che si attraversano, si trovano i bazar più belli dove si acquistano non solo tappeti e sete ma anche preziosi gioielli antichi. Quando sono arrivati i russi qui la prima cosa che hanno fatto è stata demolire il sistema di abitazione a cortile che caratterizzava ogni casa. Questa specie di minifortezza familiare, che oggi gli abitanti di Samarcanda hanno completamente recuperato, era considerato dai sovietici come un baluardo inespugnabile della cultura clanica locale.
Al suo posto erano stati costruiti enormi condomini dove la gente era obbligata a trasferirsi per produrre l'homo sovieticus. La cosa che impressiona noi europei è la dolcezza di queste città di cupole, minareti e di case di fango paglia e fieno dove un esterno di mura cieche protegge un vociare di cani, bambini e feste, pergole di uva, alberi di gelso. Appena si apre un portone viene una grande voglia di essere invitati e spesso accade. Abbiamo vissuto una bella sensazione di atmosfera e di odori, uno straordinario misto di facce mongole, caucasiche e russe che sono state di una complessità che non ci lascerà più. Oggi Samarcanda fa parte di una delle ex repubbliche sovietiche ed è in un momento interessante di transizione. Da poco aperta al turismo non russo, rivela, una antichità di millenni accanto ad una modernità "russa" che oggi ci sembra meno orrenda di quello che pensavamo.
Il nostro arrivo a Tashkent, la capitale, si scopre una ridda di boulevard,
parchi, edifici, perfino una lussuosa metropolitana; il tutto immerso nel
tentativo russo di dare una versione "post-moderna" dell'oriente. Il risultato è
a volte kitsch, ma rende bene la sorpresa dei russi di fronte a questa terra
poco addomesticabile. E uno capisce, qui, perchè i russi come Pusckin e Gogol
hanno tanto amato le folle, le facce e la diversità delle storie umane. E perché
Tarsa Bulbs è ancora viva tra gli zigomi di una ragazzina che va in discoteca e
la barba uzbeca del contadino che porta al mercato le angurie.
Debora Sanna
http://www.viaggiatori.com
Autore: Viaggiatori .com
Data di pubblicazione: 31/12/2005
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