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Irkutsk, Siberia orientale Dalla piattaforma numero 5 osservo per l'ultima volta
la stazione ferroviaria, un originale quanto non sempre ben azzeccato mix di
antico splendore architettonico sposato all'asettico concetto di modernità
tipico della Russia di oggi. Aiutato nella kafkiana impresa (lo è per un locale,
figuriamoci per uno straniero) di acquistare un biglietto dalla preziosa ed
indispensabile presenza di Ella Maria, mia guida ed amica in quel di Irkutsk,
attendo l'"espresso" (di nuovo, il concetto russo di espresso ha una valenza ben
diversa rispetto alla nostra) Bajkal proveniente da Ulan Ude con destinazione
Mosca. Io non andrò così lontano, non ancora almeno. Mi trastullo con la parola
che nelle mie fantasie ha forse più di ogni altra rappresentato il concetto di
Viaggio… un viaggio ai limiti del proibito, un viaggio al quale sono stati
costretti loro malgrado milioni di Russi, Ucraini, Polacchi, Estoni, Lituani… e
al quale io mi trovo paradossalmente a voler prendere parte: Transiberiana. Mi
attendono quasi seimila km. Altrettanti fusi orari e intere giornate abbandonato
al ritmico sferragliare di un lungo serpente metallico. Solo adesso le nubi che
hanno accompagnato il mio soggiorno in città e sulle rive dell'immenso (ed
inquinato) lago Bajkal si decidono a darsi alla fuga. Naturale. Mi avvicino alla
corpulenta e sorridente dievuska in divisa che presidia l'entrata del vagone (i
treni russi a lunga percorrenza dispongono di almeno un assistente per ogni
carrozza) esibendo la mia prenotazione. Dopo avermi attentamente squadrato mi fa
cenno di salire.
Abbraccio Ella Maria e arrampicandomi sulla ripida scaletta raggiungo lo scompartimento numero 15, dove rimarrò per le successive 30 ore fino ad arrivare a Novosibirsk. Fiori in plastica gialli e blu ornano l'opaco finestrino sul quale si affacciano le cuccette. Ripenso ai treni russi in transito a Varsavia, che ho osservato per la prima volta dieci anni or sono con un misto di curiosità e timore. Carrozze ermetiche, tendine tirate, non un naso schiacciato contro il vetro ad osservare l'esterno… Ora è tutto cambiato. Non sempre in meglio. Sono trascorse quasi sette ore da quando ho lasciato i mille volti della città di Irkutsk, un caotico arlecchino di auto giapponesi, ristoranti serbi, malavita cecena e sprazzi di vero animo russo che fanno da contrappunto al pacifico scorrere dell'Angara e alla quiete del malfermo Bajkal.
Madre
e figlia biondissima sono le mie mute compagne di viaggio. Non mi guardano con
sospetto ma al di là della barriera linguistica (il mio russo non va oltre i 50
vocaboli) sembrano propense ad un educato e prolungato contegno. Il quasi
monotono orizzonte siberiano scorre trapuntato di betulle e multicolori casette
in legno piuttosto malmesse.. Mi rifugio fra pacchetti di crackers e pagine di
Pennac per ingannare il tempo, mentre ora alle vivaci tonalità di verdi e
azzurri si sostituiscono gli opprimenti grigi di mostruosi dinosauri in cemento
dalle ciminiere fumanti, che straziano il paesaggio e si ingozzano dei suoi
abitanti. Incrociamo il Rossija, l'espresso Mosca-Vladivostok che fischia sotto
la pioggia. Ancora betulle, mentre sorseggio una seljanka, la zuppa più russa
che ci sia, e aggiorno il diario di bordo seduto nella disadorna carrozza
ristorante che rincorre il tramonto… Di nuovo nel mio scompartimento. La donna
meno giovane riposa nella sua cuccetta mentre la figlia mi siede di fronte,
statuaria ed impassibile senza mai incrociare lo sguardo di questo anomalo
viaggiatore, giunto sin qui da chissà dove e diretto chissà dove… Lì fuori,
nella Siberia striata dall'imbrunire, bambini che salutano il treno appoggiati
ad una carcassa d'auto… La mezzanotte mi sorprende rannicchiato nella mia
cuccetta, alle prese con un tè bollente e la mente assopita. Mi sveglio
stranamente riposato, dopo una notte di strattoni e metallici lamenti. Il
paesaggio non è cambiato: il legno dei contorti agglomerati urbani si alterna a
quello delle betulle e a ciminiere di mattoni rossi che sputano verso il cielo.
Alle 15.00 rimango l'unico viaggiatore dello scompartimento numero 2. Siamo nei
pressi di Krasnojarsk, almeno secondo i miei calcoli, quando il convoglio si
ferma in una stazione non ben definita. Sosta di dodici minuti, sentenziano gli
angeli custodi della carrozza. E tutti giù, incontro ad un'orda di babuski (le
nonnine russe tutto muscoli e fianchi larghi) armate di sporte ricolme con le
quali prendono d'assalto il treno e gli stropicciati viaggiatori. Torte, salami,
frittelle, cavoli, omette, crackers, succo di ciliegia, patate, pomodori, latte,
biscotti… un mercato semovente che in quattro e quattr'otto si dispone ai lati
del treno. Non meno affamato degli altri passeggeri, baratto rubli con ceburiaki
(unte frittelle ripiene di carne) e wafer. Il capotreno fa segno che è ora di
ripartire, e mentre le ruote prendono faticosamente velocità, babuski e sporte
tornano ad appoggiarsi ai piloni in cemento della stazione, in attesa che il
prossimo carico di passeggeri da sfamare faccia sosta a Mariinsk. Le nubi non
mollano la presa… e i loro strali ci raggiungono quando facciamo sosta
nell'evocativa stazione di "Tayga". Quasi tre ore dopo, nell'immutato panorama
siberiano, l'ingombrante assistente della carrozza si fa largo nel mio
scompartimento per riconsegnarmi il biglietto di viaggio.
Novosibirsk forse è vicina. Il cacofonico ronzio filodiffuso finalmente si zittisce per lasciar spazio subito dopo ad una cinguettante e registrata voce femminile su sottofondo di musiche popolari russe. Accenni a Novosibirsk, all'Unione Sovietica, ad una non meglio precisata (a causa del mio inesistente russo) accademia militare… Il tutto mi lascia in bocca un retrogusto di propaganda d'altri tempi. Passano ancora tre quarti d'ora prima che il treno si fermi stancamente fra le pensiline della stazione di Novosibirsk. Stazione che mi lascia stupefatto: un guscio di autentica arte russa di fine secolo (il XIX) al cui interno si muove una delle più moderne, efficienti e confortevoli strutture ferroviarie che mi sia mai capitato di vedere. Un gioiello che qualsiasi capitale europea dovrebbe assumere come modello di riferimento. Tre giorni dopo, sono nuovamente qui. Accompagnato questa volta da Andreij, mio omonimo russo presso il quale ho trovato ospitalità e grazie al quale ho sbirciato nell'anima della più importante città siberiana, vero manifesto architettonico del socialismo sovietico. Lo saluto mentre salgo sul serpentone che mi ospiterà per le successive 42 ore di viaggio…
È questo un serpentone dai colori meno vivaci del precedente, che al blu cobalto rigato di giallo ha sostituito un opaco grigio-verde che sembra voglia portarti dritto dritto alle porte di un gulag. Niente edera in plastica qui dentro. Bisunte le divise del personale. Il mio primo compagno di viaggio è un poliziotto di nome Rafael, origini armene, sposato e padre di un bimbo di 5 anni che può abbracciare il fine settimana, quando torna a casa attraversando la notte siberiana sulla linea Novosibirsk-Omsk. I nostri dialoghi, in un improbabile esperanto cucito di brandelli di inglese, tedesco, russo e italiano, hanno un che di surreale. Intuisco che a Salonicco si trova una sorella di Rafael, mentre un parente non meglio identificato risiede a Los Angeles ed altri ancora in Germania, dove spera un giorno di vivere e lavorare. La Russia è in mano alla mafia, mi dice. Considerazione che ahimé non mi lascia stupito, essendomene accorto già da tempo. Novosibirsk è pericolosa, aggiunge. Ma lui a quanto pare non teme la mala locale, anzi, orgogliosamente mima un arresto per farmi meglio capire in cosa consiste il suo pane quotidiano. Prima di appisolarsi sulla cuccetta esclama Rossija, kino-teatr!. Riprova che volte bastano due parole per riassumere efficacemente un intero Paese. In Italia, del resto, abbiamo "spaghetti e mandolini".
Autore: Viaggiatori .com
Data di pubblicazione: 27/12/2005
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